Il pagliaccio e il camposanto — dialogo fra caduta e ascesa
L’artista mette in scena fotogrammi che, come atti di una breve pièce, articolano il paradosso del clown: volto immobile, emotività cangiante. Le due immagini cardine – pianto e gioia – incarnano le parole dell’autore: “chinato sulla tomba del bambino muore anche il pagliaccio… altrove si eleva verso la luce”.
Pianto
Il pagliaccio veste un bianco funebre, emergendo a stento dal groviglio di lapidi infantili. Il corpo accartocciato, quasi a proteggere quel che resta del sorriso, fa eco ai putti scolpiti circostanti: figure di un’età innocente ormai negata. Il rosso della parrucca, unico lampo saturo, brucia come ferita aperta tra il verde muschioso e il bronzo spento dei monumenti.
Gioia
Nella navata di loculi verticale, lo stesso personaggio sembra librarsi in croce barocca: le braccia aperte, il drappo bianco che si gonfia in ali di stoffa. La ripresa inclinata amplifica l’idea di smarrimento spaziale; la luce, proveniente dall’alto, taglia il costume come un fascio salvifico. È resurrezione scenica, non panegrico: lo sguardo resta velato dalla maschera, segnalando che la gioia è atto performativo, non condizione risolta.
Sintesi critica
Il bianco, colore di lutto e di rinascita in molte culture asiatiche, diventa qui tessuto connettivo: avvolge il pagliaccio tanto nella prostrazione quanto nel balzo, dichiarando che perdita e liberazione sono estremi d’uno stesso spettro esistenziale. La maschera uniforma i volti, le posture li distinguono: teatralità e verità si sfidano nel perimetro sacro del cimitero, trasformando lo spazio dei morti in palcoscenico delle emozioni più vive.


